Sep21

La libertà

Ipoveri erano così affamati che presero la loro fame, la misero in bottiglia e
andarono a vendersela. Se la comprarono i ricchi che nella vita avevano mangiato
tutto dal caviale ripieno all’ossobucodiculodicane allo spiedo e volevano
conoscere anche il sapore della fame dei miseri. Per un po’ quei poveri tirarono
avanti, ma poi tornarono a essere poveri come prima. Allora imbottigliarono la
loro sete e la vendettero ai ricchi che nella vita avevano bevuto tutto, dal Brunello
al Tavernello ma non avevano ancora assaggiato la sete dei miseri.
Ancora un po’ i poveri tirarono avanti, ma poco tempo più tardi tornarono nella
povertà. Allora imbottigliarono la loro rabbia e vendettero ai ricchi anche quella.
I ricchi che si erano sentiti indispettiti, che avevano avuto un po’ di rodimento di
culo, ma la rabbia vera non l’avevano mai provata. Così se la comprarono dai
poveri che ce n’avevano tanta. I poveri tirarono avanti, ma poi vendettero anche
il loro pudore, la loro vergogna, il loro dolore. Imbottigliarono la commozione e
l’insubordinazione, la violenza e il riscatto, la rivolta e la pietà.
Col tempo le cantine dei ricchi si riempirono di bottiglie. Accanto ai grandi vini
d’annata collezionavano la fame dei sanculotti della rivoluzione e la rabbia dei
braccianti che occupavano le terre del Meridione. Tra gli spumanti e gli champagne
trovavano posto la pazzia dei pellagrosi nelle campagne o l’orgoglio dell’aristocrazia
operaia che aveva difeso le fabbriche dai nazisti e s’era guadagnata i
diritti nelle lotte sindacali. Tra novelli e i passiti c’era il disgusto dei precari e dei
senza casa o la determinazione dei Zapatisti che marciarono verso Città del
Messico col passamontagna. Dopo qualche generazione i poveri s’erano venduti
tutto. Erano diventati così tanto poveri che presero la loro povertà, la misero in
bottiglia e se la vendettero ai ricchi che volevano essere così tanto ricchi da possedere
anche la miseria dei miseri. Quando i poveri restarono senza niente si
armarono. E non di coltello e forchetta, ma di pistole e fucili perché la rivoluzione
non è un pranzo di gala, la rivoluzione è un atto di violenza. Marciarono verso
il palazzo. Però quando arrivarono sotto il balcone del podestà si fermarono e
rimasero zitti. Perché erano armati, ma non avevano più né rabbia né fame, né
orgoglio né sete, né disgusto né determinazione. E senza cultura e coscienza di
classe non si fa la rivoluzione.Così il podestà scese in cantina, tornò con una
bottiglia e la riconsegnò al popolo. C’era imbottigliata la libertà che avevano conquistato
i loro nonni, ma che i padri s’erano già venduta da un pezzo. Potevano
farci un inno o un partito, un circolo o una bandiera. La stapparono , ma non
riuscirono a farci niente. Perché la libertà da sola non serve.
Allora il podestà si cercò in tasca e trovò una scatola di caramelle alla menta.
La consegnò al popolo. E da quel momento i poveri furono liberi.
Liberi di succhiare mentine.

I poveri erano così affamati che presero la loro fame, la misero in bottiglia e andarono a vendersela. Se la comprarono i ricchi che nella vita avevano mangiato tutto dal caviale ripieno all’ossobucodiculodicane allo spiedo e volevano conoscere anche il sapore della fame dei miseri.

Per un po’ quei poveri tirarono avanti, ma poi tornarono a essere poveri come prima.

Allora imbottigliarono la loro sete e la vendettero ai ricchi che nella vita avevano bevuto tutto, dal Brunello al Tavernello ma non avevano ancora assaggiato la sete dei miseri.

Ancora un po’ i poveri tirarono avanti, ma poco tempo più tardi tornarono nella povertà.

Allora imbottigliarono la loro rabbia e vendettero ai ricchi anche quella.

I ricchi che si erano sentiti indispettiti, che avevano avuto un po’ di rodimento di culo, ma la rabbia vera non l’avevano mai provata.  Così se la comprarono dai poveri che ce n’avevano tanta. I poveri tirarono avanti, ma poi vendettero anche il loro pudore, la loro vergogna, il loro dolore. Imbottigliarono la commozione e l’insubordinazione, la violenza e il riscatto, la rivolta e la pietà.

Col tempo le cantine dei ricchi si riempirono di bottiglie. Accanto ai grandi vini d’annata collezionavano la fame dei sanculotti della rivoluzione e la rabbia dei braccianti che occupavano le terre del Meridione. Tra gli spumanti e gli champagne trovavano posto la pazzia dei pellagrosi nelle campagne o l’orgoglio dell’aristocrazia operaia che aveva difeso le fabbriche dai nazisti e s’era guadagnata i diritti nelle lotte sindacali. Tra novelli e i passiti c’era il disgusto dei precari e dei senza casa o la determinazione dei Zapatisti che marciarono verso Città del Messico col passamontagna.

Dopo qualche generazione i poveri s’erano venduti tutto. Erano diventati così tanto poveri che presero la loro povertà, la misero in bottiglia e se la vendettero ai ricchi che volevano essere così tanto ricchi da possedere anche la miseria dei miseri.

Quando i poveri restarono senza niente si armarono. E non di coltello e forchetta, ma di pistole e fucili perché la rivoluzionenon è un pranzo di gala, la rivoluzione è un atto di violenza. Marciarono verso il palazzo. Però quando arrivarono sotto il balcone del podestà si fermarono e rimasero zitti. Perché erano armati, ma non avevano più né rabbia né fame, né orgoglio né sete, né disgusto né determinazione.

E senza cultura e coscienza di classe non si fa la rivoluzione.

Così il podestà scese in cantina, tornò con una bottiglia e la riconsegnò al popolo. C’era imbottigliata la libertà che avevano conquistato i loro nonni, ma che i padri s’erano già venduta da un pezzo. Potevano farci un inno o un partito, un circolo o una bandiera. La stapparono , ma non riuscirono a farci niente. Perché la libertà da sola non serve.

Allora il podestà si cercò in tasca e trovò una scatola di caramelle alla menta.

La consegnò al popolo. E da quel momento i poveri furono liberi.

Liberi di succhiare mentine.

Ascanio Celestini